Di Vanessa Roghi

Editore Laterza, 2020

Chissà se Gianni Rodari, mentre scriveva la favola del giovane gambero, si era immedesimato nel suo protagonista, quel crostaceo ribelle che, una volta imparato a camminare in avanti («perchè tutto si può imparare, se si vuole»), decide di procedere dritto per la sua strada incurante degli sghignazzi di parenti e amici. Quel che è certo è Rodari è stato un intellettuale controcorrente, talmente in anticipo sui tempi da apparirci pienamente contemporaneo a 40 anni dalla morte, come si evince anche dalla miriade di iniziative organizzate per festeggiarne il centenario dalla nascita (23 ottobre 1920-2020).

A rendergli un degno omaggio è oggi anche «Lezioni di fantastica», il nuovo libro della storica Vanessa Roghi, che utilizza le lenti del mestiere per raccontare lo scrittore «tutto intero», «facendolo tornare uomo del suo tempo, datato a volte, eppure nell’insieme ancora attuale». Il paziente lavoro di scavo negli archivi, sui libri e tra chi lo ha conosciuto, ci permette di ripercorrerne passo passo la vicenda umana e professionale: la nascita in una casa senza libri, a due passi dal lago d’Orta, da madre «serva» e padre fornaio ucciso da una broncopolmonite fulminante quando il nostro ha appena 9 anni; la scuola a Omegna, il seminario a Milano (da dove scappa, umiliato dalla disciplina), l’Istituto magistrale a Varese; l’iscrizione all’Azione Cattolica, le prime letture, la frequentazione dei giovani comunisti; la parentesi a scuola, nei panni del maestro ‘cattivo’ («perché non avevo la preparazione per fare il maestro buono»); l’approdo alla redazione milanese de L’Unità, «vestito di blu come i contadini che vengono in città», sempre allegro, pronto a condividere discorsi, filastrocche, canzoni imparate nelle osterie.

Poi uno ‘scherzo del destino’ (parliamo pur sempre di Rodari!) dà una svolta repentina alla sua carriera. Per gioco compone la prima filastrocca in redazione, un omaggio affettuoso alla figlia di Aldo Tortorella  («Filastrocca per Susanna/le piace il latte con la panna/le piace lo zucchero nel caffé/tale e quale come me….»). Per caso L’Unità la pubblica nella pagina dedicata alle mamme. Per combinazione una mamma la legge e scrive al giornale chiedendone un’altra per il proprio figlio malato. «E Rodari fu quasi costretto a continuare per quella strada – ha raccontato un ex collega – Non avevamo saputo quella sera, noi lì presenti e neanche lui, di aver assistito all’inizio di un cammino che avrebbe arricchito la cultura di tutti i ragazzi del mondo».

Le conseguenze di quell’iniziativa nata per gioco si riveleranno presto molto serie (come sanno bene gli appassionati di ludopedagogia): spedito a dirigere un giornale per ragazzi, Rodari comincia a mettere i bambini, di cui sa poco, al centro dei suoi interessi, della sua ricerca, della sua attività quotidiana. E a viaggiare controcorrente in un paesaggio segnato dalle macerie dell’educazione fascista, dal vento dell’ortodossia comunista genuflessa alla poetica del realismo, dai rigori della guerra fredda. Tanto per capire il clima culturale dell’epoca, nel 1952 Nilde Jotti scrive che il fumetto  è «frutto di una cultura sottosviluppata, come le pitture primitive, e piace ai bambini perché anch’essi hanno una mente primitiva». Buona parte del corpo docente del tempo, d’altra parte, condivide l’assunto che il bambino sia solo un piccolo selvaggio da civilizzare, una tabula rasa da riempire di contenuti moraleggianti.

In quegli stessi anni Rodari legge le ricerche di Ernesto De Martino sul mondo popolare, i saggi di Vladimir Propp sui racconti di fate, e incontra la scuola dell’attivismo, destinata a cambiare radicalmente il suo punto di vista. Nel 1953 segue il convegno organizzato a Pescara da Raffaele La Porta e dal Movimento di Cooperazione Educativa, dove conosce Giuseppe Tamagnini, Mario Lodi, e altri grandi maestri del tempo: «Gli insegnanti presenti a Pescara – scrive su l’Unità – hanno apertamente preso le parti dei ragazzi, per i quali le scuole son fatte. Li hanno difesi da concezioni di insegnamento che soffocano le loro personalità…».

Da quel momento in poi le aule diventeranno il luogo privilegiato di osservazione dei bambini e di sperimentazione con loro del grande potere dell’immaginazione. Uno spazio creativo che contribuirà attivamente all’incessante produzione rodariana di filastrocche, fiabe, racconti, fino alla sua consacrazione come massimo interprete di un genere (te’ pareva) ritenuto  ‘minore’.«Cos’ero io se non un intruso nella repubblica delle lettere italiane – scriverà Rodari – un clandestino, uno che l’ultimo mozzo d’equipaggio avrebbe potuto afferrare per un orecchio e gettare nell’oceano, sottovento perché le mie scarpe non gli riscaldassero il naso?». E invece, a 40 anni dalla morte, i suoi libri continuano a interessare e divertire i bambini di oggi. Il maggiore riconoscimento per chi ha sempre saputo restare «all’altezza dell’età bambina», come ha scritto il poeta Andrea Zanzotto, «senza piagnucolare e senza autoimbrogliarsi».

Dopo l’omaggio a Don Milani («La lettera sovversiva», Laterza), Vanessa Roghi ci consegna il ritratto appassionato di un altro protagonista irregolare dell’avventura educativa del secondo Novecento. Uno scrittore che ci ha insegnato ad avere fiducia nelle capacità dei bambini, a credere nel valore autenticamente politico dell’immaginazione («il rovesciamento, l’assurdo, il fantastico sono utili strumenti per immaginare un mondo nuovo… la fiaba è rivolta al futuro non al passato») e in un’idea grande di scuola, che non può essere limitata al leggere, scrivere, far di conto.

Tanti auguri, allora, Gianni Rodari. Come il giovane gambero stai «ancora marciando con il coraggio e la decisione del primo giorno».