La porta della presidenza è aperta. È da poco uscito un alunno della scuola media, uno di quelli che la burocrazia scolastica bolla come problematici, reduce da una lunga sospensione. “In questa scuola allontanarsi dagli alunni è impossibile”. Alessandra Scamardella è in piedi, accanto alla sua scrivania, nell’ampia stanza che costituisce il suo ufficio da Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo Melissa Bassi, che raccoglie dai bambini dell’infanzia fino ai ragazzi delle medie. “A volte si ricerca un po’ di tranquillità, ma l’idea del dirigente burocrate non mi è mai appartenuta.”
Ex professoressa di lettere, vincitrice dell’ultimo concorso nazionale destinato ai Presidi, Alessandra è arrivata a Tor Bella Monaca due anni fa. Una preside “pendolare”, che fa la spola in treno tra Roma e Napoli, garantendo la presenza fisica almeno tre o quattro giorni alla settimana. “Ho insegnato per molti anni italiano e latino e ho amato tantissimo il mio lavoro. A un certo punto, però, ho sentito l’esigenza di mettermi in gioco con qualcos’altro, soprattutto per provare a realizzare un’idea di scuola inclusiva, aperta continuamente, non solo al cambiamento ma anche ad accogliere secondo le caratteristiche di ognuno, senza livellamento”.

Costruire l’appartenenza

L’arrivo di Alessandra ha segnato un cambio di passo nella storia recente dell’Istituto di via dell’Archeologia: un dirigente titolare dopo anni di reggenze e fragili gestioni “a tempo”. Un lungo periodo di precarietà che ha lasciato i suoi strascichi, soprattutto sul corpo docente. “Al mio arrivo ho trovato delle individualità eccezionali ma poca collettività. Invece, secondo me, è importante che tutti si sentano parte di un unico istituto, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di primo grado. Questo è uno degli obiettivi che mi sono data.”

Un risultato che, secondo la neo-dirigente, si ottiene facendo lavorare i docenti su progetti trasversali. È il caso, ad esempio, di “Continuità e orientamento”, che mette insieme un gruppo di insegnanti eterogeneo ed è pensato per studiare le forme di passaggio degli alunni che dall’infanzia vanno in prima elementare o dalla primaria entrano nella scuola media. “Tu puoi fare anche migliaia di riunioni, ma non è quella la soluzione; si deve sentire la scuola dall’interno. Lo spirito di appartenenza non deve essere solo alla propria classe ma a tutta la scuola, la mentalità deve essere più aperta. Far passare questa impostazione è un po’ difficile ma i docenti si stanno lasciando andare e questo sta dando dei frutti importanti.”

Responsabili dell’inclusività

Lavorare sulla coesione interna dei docenti, d’altra parte, è strumentale anche alla costruzione di una scuola realmente inclusiva verso gli alunni. Una peculiarità che la Melissa Bassi ha sempre dimostrato di avere, anche in momenti complicati. “Questa scuola”, sottolinea Alessandra, “ha la capacità di includere tutti, non solo gli alunni diversamente abili ma anche coloro che si presentano in un modo e poi magari attraversano delle gravi difficoltà successive”.
La sfida fondamentale, per un istituto scolastico, è riuscire a coprire quell’area grigia costituita da famiglie che hanno bisogno di un aiuto ma non rientrano nelle casistiche che competono ai servizi sociali e sfociano nel sostegno. “Qui il disagio è trasversale. La cosa tragica è che, se l’alunno non ha una problematica tale da richiedere il sostegno, ti dicono di segnalarlo ai servizi sociali, ma non sempre quella è la soluzione giusta. Scava, scava, c’è sempre un vuoto, che si risolve meglio con un supporto ai genitori e al percorso didattico.”

La scuola che vuole costruire Alessandra, quindi, non si sottrae alle proprie responsabilità, ma gioca in attacco. “L’individuazione del problema deve partire dalla scuola, da chi le famiglie le conosce e vede la reale situazione. La scuola deve sapere quali aiuti chiedere, analizzando attentamente il contesto in cui opera, senza generalizzare. E in questo il corpo docente la fa da padrone, insieme ai genitori, che devono aprirsi alla collaborazione.”

Una comunità che educa a guardare oltre

Gli alunni, gli insegnanti, i genitori. Mentre Alessandra parla, affiorano i pezzi della comunità educante, vista dal punto di osservazione di una dirigente scolastica. Un orizzonte che non si chiude dentro le mura di un’aula ma si apre al territorio. “La nostra comunità educante è un universo vastissimo, che comprende anche le reti di scuole, il mondo delle associazioni e gli enti istituzionali e politici”. Attori diversi uniti lungo il tracciato di un cammino.

Educare come accompagnare, più che come tirar fuori. “Io ho sempre pensato a questa espressione nella valenza di un portarti da qualcosa a qualche altra cosa. Soprattutto, nell’espressione comunità educante mi sono sempre soffermata sul valore attivo. Perché l’educazione, il mondo educativo non l’ho mai accettato con un carattere di passività, ma sempre con un fare proattivo, un guardare avanti, un guardare oltre. L’educazione non è solo una costruzione ma un continuum.”