Una giovane insegnante di lettere. Una scuola media di periferia. Qualche eco di Don Milani sparso qua e là. Ingredienti potenzialmente pericolosi, pronti a esplodere in un racconto grondante stereotipi. Consapevole di muoversi su un terreno minato, però, Serafina Lefosse schiva bene le trappole e non esita a picconare alcuni diffusi luoghi comuni, quelli che di solito conquistano la scena quando si parla di educazione e di quartieri popolari. “Io credo che questo sia un microcosmo in cui ci sono le stesse dinamiche di tutte le scuole d’Italia, semplicemente sono più visibili”. Il microcosmo di cui parla è l’Istituto Comprensivo Melissa Bassi di via dell’Archeologia, dove insegna italiano, storia e geografia nella secondaria di I grado, svolgendo anche funzioni da vicepreside. “A 25 anni ho fatto qui la mia prima supplenza, poi ci sono tornata dopo aver vinto il concorso del 2016”. Calabrese di origini, romana di adozione, Serafina ha conosciuto Tor Bella Monaca quando ha iniziato a lavorarci e oggi la considera la sua casa professionale. “Se sei un educatore devi interessarti del quartiere in cui vivi professionalmente, perché è quello dove abitano i tuoi utenti e in cui iscrivi la tua attività educativa; se non conosci quello che c’è, la tua azione si ferma”.

Una scuola senza eroi

Gli inizi alla Melissa Bassi, però, non sono stati facili. “Chiunque arriva qui, il primo anno, deve fare un gioco di decostruzione. Prima di cominciare devi metterti in discussione come persona, come educatore e come lavoratore. Questo, secondo me, vale per tutte le scuole, ma qui è amplificato, sei costretto a farlo perché i ragazzi ti mettono con le spalle al muro. Questo posto non ha filtri e puoi prendere schiaffi in faccia metaforici fino a sentirti una nullità, come mi è capitato il primo anno”. Un percorso faticoso, lungo il quale succede spesso di essere assaliti dalla frustrazione, nella convinzione di non fare abbastanza, di non riuscire a cambiare la vita dei propri alunni. “Ma quello del docente supereroe è un falso mito”, sottolinea Serafina. “Fare bene l’insegnante non significa per forza sentire su di sé il peso della sacra missione di dover salvare tutti gli studenti. Noi siamo solo una variabile nella vita dei nostri alunni e dobbiamo costruire con loro una relazione, in un tempo determinato, per fare qualcosa insieme”.

Lasciare il segno

Né santi, né eroi, quindi, ma professori capaci di lasciare il segno. Di questo hanno bisogno i ragazzi. Non è poco e neanche semplice. Perché “lasciare un segno non significa farsi ricordare”, puntualizza Serafina, “ma riuscire ad accendere almeno una passione, un interesse, una curiosità”. Per farcela, però, bisogna uscire da una visione dell’insegnamento che si muove dall’alto in basso. “Insegnare non è trasmettere; stare in classe è una relazione biunivoca che ha due componenti, il docente e l’alunno, entrambe fondamentali. Se l’alunno non mette la sua parte attiva, la comunicazione è sterile, perché si ferma a metà. Ma sono io docente che devo riuscire a renderlo attivo”. Un approccio orizzontale, dunque, in cui l’autorità cede il passo all’autorevolezza. Un metodo più complesso ma che ha più possibilità di bucare la scorza di chi, già a tredici o quattordici anni, è convinto che la scuola sia inutile. “Alcuni te lo dicono proprio: quello che mi dai tu non mi serve”.

Parole per la libertà

Una provocazione sincera, fatta con la schiettezza di chi è ancora un bambino o al massimo un adolescente. Un pungolo che va accettato e affrontato, non schivato e derubricato a capriccio. La scuola serve? E a cosa? “La scuola deve dare ai ragazzi l’alfabeto, le parole con cui potersi esprimere, con cui dire le cose che sono importanti per loro”. Nella risposta di Serafina riecheggiano le posizioni di alcuni nomi illustri del dibattito sull’istruzione in Italia, da Don Milani a Gianni Rodari, da Mario Lodi a Tullio De Mauro. Non si tratta, però, di citazioni omaggio ma di un pensiero ben radicato nel tempo e nello spazio: oggi a Tor Bella Monaca. “Non avere le parole per dire le cose che si hanno a cuore e le cose che si sanno, oppure per fare delle domande, ti abbassa la qualità della vita e diminuisce il tuo potere verso la vita stessa, la possibilità di gestirla. È il potere di azione e di libertà rispetto alla propria vita che dobbiamo dare a questi ragazzi”.