“Facciamo un ripasso. Che accordi hai fatto finora? Il Mi minore andava bene…”
“Il Do. Glielo faccio sentire?”
“Eh sì, vai”
Dal telefonino arriva il Do, leggermente gracchiante.
“Ok. Abbiamo fatto anche il giro di Do, fammelo sentire”
Altre note gracchianti, stavolta in sequenza, anche se un po’ scoordinate.
“No, fermo, non ci sto capendo niente. Allora, il giro di Do è questo: Do maggiore, pausa, La minore, poi Re minore e infine il Sol settimo. Giusto?”
“Sì”
“Quali di questi accordi non ricordi?”
“Il Sol settimo”
“Ah vabbè, però almeno tre te li ricordi”
La didattica a distanza, arrivata improvvisa nel 2020 e proseguita “a intermittenza” nel 2021, ha messo alla prova le capacità di adattamento della scuola italiana. Uno stress test che ha cambiato le carte in tavola a molti professori, chiamati a sperimentare con creatività e a cimentarsi con modalità e tecnologie spesso inedite, per non perdere il contatto con gli studenti.
Francesco Tomasi, docente di potenziamento musicale presso l’Istituto Melissa Bassi di Tor Bella Monaca, si è trovato di fronte ad uno scoglio non da poco: insegnare a distanza a suonare uno strumento. In giornate di didattica “normale”, la sua aula accoglie piccoli gruppi di ragazzi che imparano a suonare insieme, tra chitarre, batteria e tastiera. Con la DAD, invece, nella stanza c’è solo lui, che imbraccia la chitarra di fronte allo schermo del suo smartphone. Una situazione apparentemente surreale. Però, the show must go on, la lezione deve continuare. Non più di gruppo ma individuale, perché i ritardi delle connessioni non permettono di armonizzare gli strumenti. Meno pratica e più teorica, perché non tutti gli studenti, a casa, hanno a disposizione uno strumento. L’importante è mantenere la continuità, non perdere il filo.