Andare ad Assisi a fine marzo per lavoro è di per sé una prospettiva piacevole, ma talvolta la realtà supera le aspettative, e allora ciò che se ne ricava è, nel pieno senso del termine, una bella esperienza.
E’ il caso del secondo Festival dell’Amministrazione condivisa svoltosi dal 26 al 28 marzo nella città della Pace, cui hanno preso parte oltre 100 realtà (pubbliche amministrazioni; associazioni; cooperative; movimenti di volontariato; cittadini attivi; fondazioni) tra cui noi, Fondazione Paolo Bulgari.
Per essere precisi Assisi ci accoglie giovedì con un tempo da lupi: 2 gradi di massima, un vento reso ancor più tagliente dal nevischio che spesso è sostituito da una pioggia battente. Guadagniamo intirizziti il cinema Lyrick, luogo deputato ad ospitare la prima giornata di incontro, e lì, accedendo alla grande sala gremita, la temperatura cambia. Non è solo questione di riscaldamento, è che nella intensa tre-giorni assisiate si respira un clima diverso.
Un clima creato dall’ascolto e dalla condivisione delle tante e variegate esperienze di chi, nel proprio quotidiano, si occupa del Bene Comune, che mai come in questo caso non è un termine utilizzato per indulgere in una rappresentazione stucchevole della realtà, è un fatto.
Il Festival infatti, organizzato da Labsus – il Laboratorio per l’Amministrazione Condivisa, che riunisce nel direttivo figure di spicco del mondo accademico italiano e che da oltre vent’anni si occupa di promuovere la cultura della sussidiarietà orizzontale – ha offerto una comune piattaforma di scambio tra chi lavora alla costruzione di alleanze per l’amministrazione condivisa dei beni comuni in tutta la penisola.
Il principale strumento giuridico per l’attuazione dell’amministrazione condivisa, che Labsus ha promosso e che segue nel suo realizzarsi ovunque in Italia, è rappresentato dal Patto di Collaborazione, attraverso cui si individua formalmente il bene comune materiale o immateriale e si definiscono i termini della collaborazione per la sua cura: gli obiettivi da perseguire; l’interesse generale da tutelare; le capacità, le competenze e le risorse dei sottoscrittori; la durata dell’impegno; l’attribuzione delle responsabilità.
Ed è intorno ai Patti, alle diverse esperienze di attivazione e cura, che si è costruito il programma del festival su sessioni di lavoro separato e poi di restituzione comune. Ne è emerso un affresco cangiante, interessantissimo perché, come indica Labsus, ‘Un Patto di collaborazione racconta la storia delle persone che lo sottoscrivono. Conoscere e far conoscere quelle storie contribuisce a trasmettere il senso più profondo di un determinato Patto. Anche la sua replicabilità in un altro territorio, in relazione ad una stessa tipologia di bene comune, può essere favorita se si conoscono le persone e la loro storia che rendono il Patto non un semplice atto burocratico, ma l’espressione di una relazione di condivisione’.
Come dire: un altro modo di stare insieme è possibile, sebbene sia meno visibile rispetto ai modelli relazionali di consumo dai quali siamo continuamente bombardati.
Dulcis in fundo: in ultima giornata, sabato 28 marzo, dedicata alle conclusioni e alla premiazione delle esperienze particolarmente valevoli tra le centinaia presentate, ecco che arriva la menzione per il Patto di Collaborazione di Largo Mengaroni, che ci vede sul palco insieme a Claudia Bernabucci di Cubo Libro, Elisabetta Salvatorelli che ha seguito da vicino l’esperienza di CRESCO a Tor Bella Monaca per Labsus, Gregorio Arena e Fabio Giglioni, giuristi di Labsus che ci hanno assistito nella fase di definizione del Patto.
Si riparte da Assisi pensando: ‘che bel clima’… che fortunatamente e, con buona pace dei meteorologi, non è solo una condizione atmosferica.