di Daniel Mendelsohn
Einaudi Editore, 2017

Mentore: “Fido consigliere, guida saggia e paterna. Per estensione guru, maestro, precettore” [Dal nome del personaggio dell’Odissea che istruisce e consiglia Telemaco durante l’assenza del padre].

Se c’è un romanzo in cui il filo sottile ma saldissimo dell’istruzione percorre ogni riga, quello è senz’altro l’Odissea. Non a caso l’Odissea è una storia di padri e di figli, di insegnamenti impartiti direttamente – quelli del vecchio Laerte a Odisseo, o indirettamente – quelli di Ulisse a Telemaco, affidato dal padre, prima della partenza di questi per la guerra di Troia, a Mentore – che da allora lega il suo nome a quello di consigliere fidato, investito di autorità paterna e come tale autorizzato ad istruire in sua vece. Unico gesto compiuto per il figlio ancor piccolo da parte di un padre, per il resto a Telemaco totalmente sconosciuto.
Può esistere istruzione, formazione, senza un padre? Senza un mentore?
E’ questo il tema che Daniel Mendelsohn riprende con delicatezza nel suo ultimo romanzo Un’Odissea – Un padre, un figlio e un’epopea, in cui si intrecciano senza soluzione di continuità le gesta molto umane di Ulisse, padre assente e figlio lontano, a quelle di Mendelsohn stesso, al contempo insegnante universitario alle prese con un seminario appunto sull’Odissea, e figlio presente e affettuoso di un padre che frequenta le sue lezioni. E che riveste dunque in tarda età il ruolo di allievo del figlio.
Un romanzo di formazione nell’altro, in cui elementi centrali appaiono essere la curiosità, che ci muove al di fuori di noi, e la disponibilità ad apprendere da ciò che fuori di noi troviamo. In un continuo scambio di ruoli che rende l’intera trama armoniosamente circolare.
E, una risposta alla domanda se possa esistere istruzione, formazione, senza un padre, è lo stesso Mendelshon a trovarla nella circolarità del libro: “…la bellezza e il piacere sono il cuore dell’insegnamento. Perché gli insegnanti migliori sono quelli che ti spingono a trovare un significato nelle cose che hanno dato loro piacere, così che l’apprezzamento di quella bellezza sopravviva alla loro esistenza. In questo senso – dato il comune presupposto di accettare l’inevitabilità della morte – essere bravi insegnanti è un po’ come essere bravi genitori”