Di Walter Tocci

Donzelli editore 2020

Raccontare Roma come se fosse ancora possibile immaginarne la sua futura rinascita. É questa la scommessa – l’esortazione, l’esorcismo, il sortilegio – dell’ultimo libro di Walter Tocci (Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale, Donzelli editore 2020, 262 pp). Studioso attento della capitale cresciuto nelle sezioni di periferia del PCI ai tempi di Petroselli, vicesindaco e assessore alla mobilità nelle giunte Rutelli, padre putativo della «cura del ferro» e del tentativo di rilancio del trasporto pubblico, in questo nuovo lavoro Tocci si mette a caccia del futuro smarrito di Roma sottraendo l’indagine alla «dittatura del presente», agli stereotipi, all’esercizio sterile dello sdegno.

In parte documentato saggio storico, in parte collezione ragionata di proposte, intuizioni, idee mutuate da una sterminata bibliografia e dall’esperienza diretta di amministratore, il volume offre una chiave di accesso ai corsi, ai ricorsi e soprattutto all’avvenire auspicabile della capitale, suggerendo nuove prospettive di ricerca. 

La prima parte del volume invita a guardare il futuro dal passato, attraverso una rilettura multidimensionale (dall’archeologia alle avanguardie culturali, dal polo della scienza al travaglio religioso, dall’urbanistica al popolo, da Quintino Sella a Renato Nicolini) del ciclo storico di Roma capitale, avviato 150 anni fa «per decisione politica» da una classe dirigente in larga parte piemontese, e quindi estranea, ‘coloniale’. Analizzata in una prospettiva di lunga durata «la questione romana si rivela allora perfino più grave di come appare. Non sottovaluto gli autobus in fiamme, i rifiuti per strada, gli alberi che cadono – scrive Tocci – Tutto ciò costituisce la superficie visibile, ma c’è una dimensione più profonda del problema. Il di più non riguarda la quantità ma l’essenza: è l’esaurimento della città coloniale». L’immagine suggestiva, inspirata da un verso sibillino di Pasolini che apre il volume («non si piange su una città coloniale»), evoca il progressivo, in parte procurato, in parte inevitabile, declino di funzione e di senso dell’obsoleto costrutto di Roma capitale nel nuovo scenario locale e globale. 

La seconda parte del volume sprona il lettore volenteroso a volare alto sui cieli di Roma per ammirare i nuovi orizzonti – reali, possibili, immaginati – di quella che 150 anni dopo è diventata Città-Mondo. «La chiamiamo ancora Roma. Utilizziamo l’antico nome per indicare un’entità geografica molto diversa per dimensione e forma dalla città storicizzata. Il nome non corrisponde più direttamente alla cosa, indica semmai una parte per il tutto. Roma è la sineddoche di un’indefinita città regionale. Nelle foto satellitari si vede una delle più estese conurbazioni europee, al centro della penisola mediterranea, nel grande vuoto dell’Italia centrale». In un secolo e mezzo, con una rapidità ignota alle altre capitali europee, la piccola città pontificia di 200 mila abitanti ha conosciuto almeno tre salti di scala: la saturazione della città secolare (fine Ottocento), l’edificazione delle periferie storiche (le borgate fasciste e i quartieri della grande espansione speculativa e abusiva del dopoguerra) e infine, a partire dagli anni Settanta, la proliferazione di una sterminata periferia anulare a bassissima densità, inadatta al trasporto pubblico, povera di servizi, che si va progressivamente saldando con la cintura provinciale dell’area metropolitana. «Nella rappresentazione realistica della foto satellitare periferia e cintura sono connesse in un continuum spaziale e sono costituite da insediamenti frammentati, ciascuno diverso dall’altro per forma, consistenza, immagine. Sembrano come i coriandoli gettati a Carnevale nella piazza». 

Osservata con il cannocchiale della storia la crisi di futuro della città coincide con il declino della sua rendita di posizione. Il progressivo venir meno dell’economia del centralismo, ovvero della capacità della capitale di calamitare attività produttive (certificata dalla decisione di molte imprese di delocalizzare altrove le loro sedi), va di pari passo alla crisi apparentemente inarrestabile della rendita immobiliare e dell’economia del mattone (meno 75% nel decennio), e all’appannamento della rendita del suo patrimonio simbolico, il capitale di cultura, arte e storia che tutto il mondo ci invidia. Una fortuna ricevuta senza meriti che ha consentito a molti settori di vivacchiare senza innovare, e che la politica non ha saputo mettere al servizio della costruzione di una città più sostenibile e moderna (vedi l’insabbiamento del progetto Fori).

Visto da una mongolfiera, lo sguardo rivolto alla nuova scala regionale, il declino racconta la patologia di una metropoli che continua a crescere senza una visione d’insieme (e di futuro) capace di riconnettere il centro con le sue tante periferie, una specie di metastasi che aggiunge sempre nuovo territorio urbanizzato senza migliorare quello trasformato in precedenza, provocando deficit infrastrutturali e profonde diseguaglianze sociali. Lo dimostra l’inadeguatezza delle nostre mappe mentali, la lentezza con cui tardiamo a cogliere la rilevanza crescente della corona metropolitana, «la terra della vitalità generazionale», «l’area delle più intense trasformazioni produttive e logistiche, e purtroppo anche delle devastazioni abusive e del disordine urbanistico», «la piattaforma connettiva tra la capitale e l’Italia centrale». Un territorio che malgrado lo sviluppo economico e demografico continua a dipendere dalla città consolidata, in un vuoto di politiche e di servizi che «alimenta un sentimento negativo verso la città, i suoi presunti privilegi, le sue élite politiche ed economiche». 

Gli artifici prospettici dispiegati da Tocci (in modo infinitamente più articolato di quanto qui sinteticamente esposto) non ci aiutano solo a mettere a fuoco alcune delle ragioni fondamentali del problema romano, ma ci indicano la strada per provare ad articolare una risposta. Se in questi anni «la gravità della crisi ha ridimensionato le aspettative e ha suggerito di cercare soluzioni apparentemente più facili», per uscire dalla palude bisogna imboccare la strada opposta, suggerisce Tocci: guardare lontano e volare alto. «Proprio l’esperienza recente dovrebbe aver chiarito che non si realizzano né le grandi né le piccole cose senza una visione di lungo periodo. Che non vuol dire rinviare le soluzioni, ma significa definire una meta per poter iniziare il cammino». 

Se la capitale otto-novecentesca è il prodotto della coppia nazione-città, la capitale del duemila potrà trovare le sue opportunità migliori nella coppia mondo-regione. Da una parte giocando la carta della sua «storia millenaria non come una stanca eredità ma con la capacità di rinnovarla e di renderla contemporanea», ambendo a far diventare Roma la nuova capitale culturale del Mediterraneo e dell’accoglienza; dall’altra promuovendo riforme coraggiose per rimediare al collasso operativo e progettuale del Comune, ristrutturare l’area regionale, favorire un nuovo ed essenziale riconoscimento tra cittadini e istituzioni. Ad esempio abolendo il vecchio Comune di Roma, istituzione insieme «troppo grande quando deve rispondere ai problemi di quartiere e dei servizi alla persona, come un elefante che coglie un fiore», e «troppo piccola rispetto ai fenomeni sociali e urbanistici che hanno superato di gran lunga i pur molto ampi confini comunali».

E tuttavia, per superare il duplice passaggio epocale dell’esaurimento della città coloniale e della crisi mondiale del Covid, anche le idee migliori dovranno essere sostenute da una classe politica all’altezza. E qui Walter Tocci, in politica da una vita, è costretto a pronunciare il «come se» più amaro, non scevro di autocritica. Se per Immanuel Kant il principio regolativo della ragione pratica, a fondamento della nostra morale, ci spinge a prendere per buona l’esistenza di Dio («le cose del mondo debbono esser considerate, come se traessero la loro esistenza da una intelligenza suprema»), per Walter Tocci la ragione pratica di un’auspicata rinascita di Roma deve portarci a discuterne le politiche «come se si fosse già affermata una classe dirigente capace e autorevole». Perché una nuova classe dirigente si afferma solo quando crescono le aspirazioni collettive e la società ritorna a immaginare il futuro. 

D’altra parte, oltre gli stereotipi, qualcosa in questa direzione si muove nella nervatura della cittadinanza attiva e negli studi di tanti giovani ricercatori che, dentro e fuori le università, uniscono rigore analitico a passione civile. «Questa alleanza tra studi urbani e cittadinanza attiva oggi a Roma è l’unica forza trasformativa in grado di surrogare la sparizione dei partiti e lo sradicamento di molte organizzazioni sociali». Parola di Walter Tocci.